Nella tecnica vocale la portanza del suono,

ovvero la capacità di proiettarlo con efficacia senza amplificazioni, è un argomento scientifico; quando insegno canto, una delle prime esperienze che faccio fare all’allievo, ancor prima di conoscere i risuonatori, è quella di immaginare di chiamare una persona che sia in un’altra stanza. Si comprende da subito che non bisogna spingere il suono, ma lasciarlo propagare. La coscienza dei risuonatori farà il resto…

Nella tecnica pianistica tutto questo è ancora empirico o sconosciuto. Al concorso Chopin i vari giornalisti che non riescono a seguire tutti i concorrenti e tutte le prove, sanno benissimo che la registrazione video non potrà mai sostituire l’effetto prodotto in sala, per cui si ripromettono di ascoltare il candidato almeno una volta dal vivo prima di recensirlo: potrebbe accadere che pianisti magari più efficaci tecnicamente non siano in grado di riempire la sala o glorificare lo strumento prescelto. Io stesso sono stato testimone, ascoltando Lang Lang alla Scala (un teatro dove non si possono portare buste di plastica il cui stropiccio sarebbe immediatamente udibile), di una portanza di suono veramente modesta a fronte di soluzioni timbriche molto interessanti.

Il segreto sta proprio nella frase riempire la sala. Questo accade solamente se vi sentite voi stessi, e vi lasciate andare. Anche imparando a fidarvi dello strumento che — al contrario della vostra voce — non vi appartiene. Potreste avere sotto le dita un piano vecchio e frusto e far volare il suono oppure un ruggente strumento e bloccarlo.

Come fare?

  1. Controllare la respirazione è la prima chiave, il pianista (è stato uno dei temi capisaldo del mio Non Manuale per il pianista), è lo strumentista meno portato a respirare*, per cui nei miei workshop insieme a KU, insegno loro a respirare con le mani,
  2. imparando a differenziare la inspirazione dalla espirazione. Il pianista ha bisogno di imparare a suonare in espirazione (suderebbe di meno e perderebbe meno peso 🙂 ),
  3. La portanza viene dalla fiducia in se stessi e dalla capacità di espansione del movimento centrale e del bacino ad aprire come insegna il grande Liszt, il re della portanza.
  4. Praticando KU, il miglior modo possibile per organizzare ed ottimizzare il proprio organismo. Qua sentite Fazil Say attaccare il concerto in Sol di Ravel senza portanza alcuna (probabilmente aveva provato lo strumento a sala vuota e senza orchestra), osservate come si autoregola con dei movimenti laterali e immediatamente ritrova una portanza piena e luminosa.
  5. Un altro passo fondamentale per maturare la portanza pianistica, per renderla una scienza come nella tecnica vocale e non l’ennesimo empirismo artigianale, è quello di togliersi di mezzo. Imparare ad annullarsi per favorire un’esperienza estatica nell’ascoltatore, imparare a non ascoltarsi, è un processo lungo e profondo. In questo ci aiuta immensamente la musica di Bach a cui TUTTI i pianisti si rivolgono nella maturità o dopo una crisi esistenziale.
  6. Assoluta libertà di orchestrazione del polso che, come diceva Chopin, è il respiro del pianista.
  7. Individuare dei pezzi o degli estratti che per voi risveglino immediatamente la portanza sonora.

Il mio è questo:

Brahms piano concerto 2 op. 83, primo movimento.

I pianisti che ci arrivano grazie al loro istinto,

comprendono la portanza e la trasmissione del suono nel modo differenziato che hanno di staccare le mani dalla tastiera rendendosi conto che possono in questo modo guidare e gestire la materia sonora insieme al respiro e all’energia. Dirigendosi come faceva Glenn Gould con la mano libera, o con quei curiosi movimenti che fa con le mani Fazil Say come di espandere in sala l’energia sonora.

Potete osservare ed ascoltare in questo video Alfred Brendel alle prese con la portanza degli accordi della Hammerklavier, senza troppo successo, però.

Volete saperne di più? Contattatemi.

Alla prossima

Alberto 

 


*Suonando a partire dalle spalle, che reggono le braccia sospese nel vuoto lontane dallo strumento (non lo si abbraccia, non si soffia dentro…), non conoscendo la correlazione tra spalle e movimento avanti, psiche pragmatica, il pianista rimane imprigionato nella tecnica, nel pragmatismo e nella paura di sbagliare in modo quasi fatale. E’ l’unico strumentista che non respira…

zenchopin

Musicoterapeuta e trainer vocale prima, istruttore di seitai e formatore adesso. Appassionato pianista, Alberto Guccione ha pubblicato Non manuale per il pianista (Casa Musicale ECO, 2011). A partire da quel momento sta sviluppando una sempre più solida e approfondita visione dei meccanismi spontanei che rivelano una logica talmente rigorosa da poter essere oggettivata e - perché no - un giorno conosciuta e adottata da ogni studente, concertista, Conservatori e Civiche Scuole di Musica.