E' uscito il mio nuovo Quaderno dedicato alla diteggiatura!

Suonare Chopin con… Chopin

L’osservazione di seitai permette – con le dovute cautele e la dovuta profondità e maturazione – di definire il taiheki di una persona.

Vediamo di dare un’idea di cosa sia il taiheki: se ogni colore è formato da tre colori fondamentali e un esperto riesce a capire come sono combinati, allo stesso modo ogni essere umano è una combinazione delle 5 osei e un esperto (ma anche la persona stessa dovrebbe farlo) riesce a intuire quali prevalgano. Il taiheki è genetico ed ereditario, un vero “abito corporeo” che denota le tendenze profonde, inconsce, autoriflesse, ma allo stesso tempo fa sì che una persona – nella sua manifestazione spontanea – risulti unica ed irripetibile.

Osserviamo quindi insieme l’unica foto disponibile di Chopin:
nel suo caso la nostra attenzione cade sulle sue spalle, come epicentro del suo movimento. Certo non è semplice definire il taiheki senza aver conosciuto personalmente Chopin tuttavia, studiando la sua biografia, leggendo le sue lettere e soprattutto dalla sua musica e dalla sua scrittura, possiamo dire che siamo di fronte ad una naturalezza frontale introvertita: quello di sentirsi riconosciuto dalle proprie azioni è il più profondo bisogno vitale.Questa semplice constatazione vi spiega l’utilizzo esclusivo del pianoforte da parte sua – strumento delle spalle – che l’insegnamento diventi un suo bisogno primario e mezzo di sostentamento così come la continua ricerca di nuove strade (non dimentichiamo che il movimento frontale è intimamente connesso alla psiche pragmatica).

Eccoci dunque arrivati alla nostra piccola rivoluzione che ci permetterà di apprezzare Chopin nella sua realtà vitale:
prima del compositore e del pianista abbiamo il didatta.
come lui stesso si lascia sfuggire in una lettera:

“Il mio desiderio e intendimento:creare un mondo nuovo.”(F. Chopin)

Vediamo di approfondire e scoprire insieme il “vero volto” di Chopin.

chopin e il bacino
Ora vi invito a osservare nuovamente questa foto di Chopin, che mi sono permesso di “dividere” a metà.
Il suo taiheki frontale —, lo apprezzate soprattutto da come le spalle – tenute indietro – “definiscano” perfettamente la regione verticale, così come tutte le articolazioni delle braccia, che però non hanno più forza (è un dagherrotipo degli ultimi anni di vita…).

Ci segnala una grande precisione e geometria, non sorretta però da “forza”, da cui l’inedita impressione – dei contemporanei che di lui scrissero come pianista – di un suono debole ma ricco di sfumature (sfumature, non colori!).
Le due metà del corpo – nonostante sia messo di 3/4 – sono praticamente identiche.
debussy e la vita emozionale
Vi dimostra che non ha senso alcuno cercare il “cantabile”; infatti – se dividete in due una qualsiasi immagine di Brahms, Debussy o Schubert, osserverete una metà più sviluppata e l’altra più densa e compatta, le spalle ad altezze diseguali. Compositori decisamente emozionali per naturalezza, è lì che il pianista deve andare a cercare canto, timbro, non in Chopin che richiede, come segnalato dallo studio op. 25 n 7, la compresenza in parallelo delle linee melodiche. E’ un pò categorico, ma è quello che vediamo dalla foto di Chopin. Persino l’accompagnamento della melodia, come in certi notturni, non è mai semplice accompagnamento, ma prospettiva.

La naturalezza vera di Chopin non ammette la tesi critica di Chopin come anticipatore del pianismo impressionista, ma di certo di quello di… Scriabin.

Noterete – segnalato dal riquadro – anche la zona di un “doloroso” bacino che tende ad… aprire.

Chopin mostra in questa immagine una tensione parzializzata rotatoria, la tensione vitale inibita e definitivamente coagulata della  psiche competitiva (se ne andò via dalla Polonia per cercare glorie che non trovò mai, evitò tutti i disastri politici, evitò la competizione con i colleghi del tempo pur avendo la capacità di farlo, evitò… il matrimonio!, ma la Sand era solita scherzare sul suo terrore di… sudare) che lo porterà a consumare velocemente la sua vita in un’amore totale per la musica decisamente estatico e – fortunatamente per noi pianisti – con il pianoforte.

Cosa ci dicono le mani di Chopin?

le mani di chopin
E’ ben visibile la tensione rotatoria nella zona dell’anulare, che dà l’impressione all’intera mano di “stringere a pugno”, ma contrastata dalla geometria perfetta del medio, del bordo esterno dell’indice (la matrice di geniali invenzioni come lo studio op. 10 n. 1 e 7 e op. 25 n. 3 e 5) e… una serenità del pollice a dir poco ultraterrena.

La constatazione oggettiva del taiheki porta subito ad un’altra interessante presa di coscienza: che Chopin – grazie a queste sue particolari coordinate naturali – è da considerarsi come epicentro del pianismo moderno, non Liszt, comunemente considerato una sua evoluzione. Liszt infatti ha un taiheki diverso (X); uomo generoso, ma tendente alla dispersione, pianista solo nella prima delle sue tre vite, in realtà segretamente innamorato del canto, che cederà alle mani del futuro genero e profondamente interessato ai misteri della vita e della morte. Per lui il pianoforte è stato una sana compensazione e la sua portata reale nei riguardi di questo strumento viene riconosciuta e profondamente analizzata in altre pagine di questo magazine a lui dedicate.

Regione f-e frontale +

Regione f-e frontale –

Nella figura a destra vedete come si presenta in modo preciso e rigoroso il collegamento della osei frontale introvertita con le braccia e le dita: avrete a disposizione la coordinazione prevalente in Chopin e potete osservare come tale coordinazione termini nel pollice che – nel pianismo chopiniano – assume una funzione innovativa.

Quando scrissi il mio Non manuale per il pianista mai mi sarei immaginato la “centralità” di Chopin nel pianismo moderno. E’ venuta fuori da sé, io il primo a restarne sbalordito.

Lo stesso nome che ho dato a questo magazine viene da una delle appendici del libro, quella dedicata allo ZEN e l’arte di eseguire gli studi di Chopin, così come l’introduzione alla stessa appendice prendeva in considerazione l’inconscio non filtrato del Polacco… Per tutto questo rimando il lettore al libro, mentre vediamo ora in rapida successione le principali “innovazioni” chopiniane.

Mi dispiace per i Polacchi, che ci tengono tanto, ma… il taiheki nazionale della Francia è lo stesso di Chopin. E’ e sarà sempre… musicista francese e i pianisti francesi quelli più vicini alla sua perfettibile interpretazione. Anche gli italiani; i russi, invece, hanno ancora parecchia strada da fare.

Una veloce carrellata di spunti di innovazione tecnica che ora vi saranno certamente più chiari e visibili:

  1. suonare staccato per ottenere il miglior legato – questo era un assunto tecnico dell’epoca che ha una sua fondatezza, visto che il 90% dei muscoli delle braccia sono f-e. Ma il raggio laser di Chopin va oltre: vi fa capire l’importanza della parte ventrale (quella davanti) della muscolatura, da cui  le braccia nascono e ad essa dipendente; il più delle volte si vedono i pianisti chini sulla tastiera, raramente a petto aperto come richiesto per un’esecuzione “fisiologica” dello studio op. 25 n 12; 
  2. se la mano è flessibile, tutto il resto viene di conseguenza – se date un’altra occhiata al dagherrotipo di Chopin, osserverete come ci sia poca vitalità nelle braccia; una ragione in più – per il pianista – di non star troppo a perdere tempo con la muscolatura. Se fate caso ad un bambino che stringe il dito che gli viene offerto, noterete una grande forza nelle mani ma… le braccia sono completamente rilassate! L’invito di Chopin a riflettere sulla respirazione per il pianista;
  3. non utilizzare il pedale risolve certi problemi tecnici – anche questa affermazione è tanto geniale quanto pragmatica perché il lavoro “ultimo” viene sempre effettuato dalle dita sulla tastiera. E’ anche incredibilmente efficace… provatelo in tutti i passaggi più spinosi;
  4. il terzo dito è un gran cantante si riferisce al lato del polpastrello che va verso l’indice, poiché il medio è rigorosamente f-e (come conferma la foto delle mani di Chopin stesso);
  5. ogni dito ha la sua funzione – una geniale intuizione di Chopin che prelude direttamente alla conoscenza seitai sul corpo, sul movimento e la coordinazione vitale;

Grazie ad un istinto didattico inusuale si è reso conto di questo:

  1. il secondo dito prima dello squarcio – la rivoluzionaria e nuova funzione del secondo dito nello studio Op. 10 n. 1 è in realtà la cosa più pragmatica del mondo. Provate a immaginare che dito si usa per indicare la strada a qualcuno!
  2. la velocità come ordinatore e il mignolo come suo strumento – la velocità ovviamente intesa come impulso dinamico: se osservate la figura precedente riguardante la osei frontale + nel suo collegamento con il braccio, capirete: è la parte esterna del mignolo che guida, orienta e ordina tutto il movimento della mano;
  3. il pollice con una funzione indipendente cantante (studio op. 25 n. 12, Trio dello Scherzo op. 20). Qua siamo dentro l’esatta configurazione vitale ed energetica di Chopin – il movimento frontale introvertito – che è guidato dai pollici. Potete quindi immaginare quanta sensibilità potesse dedicargli e quanto fosse scontato per lui che i pollici potessero suonare anche sui tasti neri o cantare;
  4. il polso è il respiro del pianista;
  5. il cantabile chopiniano: per “cantare” al pianoforte il corpo ha bisogno di distribuirsi e organizzarsi bilateralmente. Se è la metà destra a prevalere, il cantabile sarà aperto (come in Schubert), viceversa introvertito (come in Brahms). Nel caso di Chopin, il suo taiheki “frontale” rende il cantabile prospettico: nessuna delle due parti prevale, rimanendo in reciproca comunicazione. Un esempio eclatante è lo studio 25-7, due melodie in contemporanea e il Notturno Op. 27 n. 2, dove riesce a creare un pragmatico effetto illusionistico: il suono della melodia che non decade!
  6. il rubato chopiniano: solitamente il rubato – che ha radici lontane nel canto – è una melodia che ritarda e si sfasa, rispetto alla struttura che la sostiene che mantiene il “tempo”. Quello chopiniano è tutt’altro, una diretta conseguenza del suo movimento frontale passivo innato (lui stesso – in molte lettere – rimpiange di non saper mai decidere, per cui l’essenza va cercata in un esitare fisiologico). E’ porre due eventi in prospettive diverse in modo che uno sembri ravvicinato rispetto all’altro. 
  7. la mano del pianista ha sei dita: 123 e 345. Un’altra intuizione geniale e pragmatica. Provate – con questa idea – a suonare lo studio 10-2. Basata sulla propriocezione della duplice funzione del terzo dito (medulare e attivo) e sulla contiguità tra secondo e terzo dito, il movimento 0 del braccio del pianista.

L’interpretazione di Chopin

La consapevolezza della natura vitale dell’autore permette di orientarsi anche sulla sua interpretazione. Due gli aspetti fondamentali da prendere in considerazione:
lo slancio frontale di Chopin è passivo
il rubato e il suono sono i due lati della stessa medaglia
Il rubato diventa rubatochopiniano che non ha niente a che vedere con quello che si origina dalla pratica vocale.

Due esempi con lo stesso studio, per capire la differenza tra passivo e attivo, l’op. 25 n. 12

Horowitz lo esegue in modo attivo, funziona la muscolatura dorsale, il mignolo è prevalente.

Accade che, andando a cercare la verità, i gusti personali e convenzionali comincino a dissolversi come neve al sole. Questa interpretazione potrà piacere o non piacere, potrà essere un punto di riferimento per il giovane concertista ma… non è Chopin. E pianisticamente parlando, i mignoli che sparano nell’acuto non sono poi così eleganti…

Ora, stesso studio, ma esecuzione “passiva”, viene attivata la muscolatura ventrale (quella davanti), il pollice è prevalente.

Potrà piacere o non piacere – ora ha un’importanza relativa – potrà essere un punto di riferimento o meno per i pianisti, ma qua ci siamo. E’ Chopin. L’interpretazione svela i suoi misteri vivi: questo è uno studio per i pollici, il canto misterioso a loro collegato si rivela, tutto torna, solo per aver chiarito delle coordinate che vengono da una semplice osservazione e dal “rispetto” della naturalezza di un autore.

Il mistero che invece rimane è che così semplici e fondamentali constatazioni non siano di dominio pubblico e alla base di un sano insegnamento pianistico.

Chopin e l’inconscio

In una interessante intervista-concerto di André Previn ad Oscar Peterson, questi ad un tratto comincia a parlare del basso, nel pianoforte jazz, inteso come elemento subliminale. Intuizione acutissima, Chopin lo ha sempre fatto ma non ne ho mai sentito parlare dagli addetti ai lavori…

Ho dedicato un intero capitolo del Non Manuale a spiegare dal punto di vista della naturalezza umana la creatività chopiniana, rimando il lettore interessato al libro.

L’ effetto Chopin, un evento unico, non più ripetibile.

L’ Effetto Mozart, è universalmente e scientificamente riconosciuto. A. A. Tomatis dimostra che il compositore austriaco era ancora legato all’ascolto prenatale e l’influenza della sua musica sull’apprendimento è stata a lungo sperimentata. Per spiegare l’innovazione di Chopin, e per dare riconoscimento e onorare la sua naturalezza frontale, ho dovuto creare un nuovo termine: Effetto Chopin.

Fino a lui (e dopo, visto che Liszt concretamente non è un innovatore) un pianista sceglie uno studio, lo sviscera nel modo a lui più congeniale e con la “tecnica” a lui più confacente, dopodiché… lo interpreta e lo prepara per portarlo in concerto. Con Chopin questo non è più possibile. La osei frontale esige il percorso più breve, più efficace, nel minor tempo possibile. O riuscite a cogliere il “binario” giusto o anche il più consumato pianista tremerà dinanzi all’esecuzione degli studi.

Questa Via brevis insospettabilmente si ritrova anche nei brani di più ampio respiro a partire dalla Ballata in sol minore. L’interpretazione diventa “autogena” perché non ci sono più intermediari. Un fatto che i pianisti non hanno ancora ben compreso per il solo fatto che nessuno ha mai detto loro chi è Chopin. Per cui sono sempre alla ricerca del bel suono, del cantabile belliniano, dell’analisi armonica, a chiedersi come realizzare il rubato oltre a rompersi la testa con i problemi tecnici, incuranti del fatto che Chopin la soluzione la mette sempre davanti al naso.

I meccanismi profondi della vita, dell’inconscio, della creatività rimangono così cristallizzati dentro 88 tasti, un evento unico, non più ripetibile e prezioso. E grazie a questo articolo, adesso sapete, e potrete iniziare un nuovo e gratificante viaggio…

Una nota di merito dunque a questo pianista italiano, che finalmente parla apertamente della natura didattico/innovatrice di Chopin…

Trovate una sintesi nella mia mappa dedicata all’Effetto Chopin, approfondendo gli articoli o consultando quaderni o l’E-book Seitai al pianoforte.

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Il taiheki dell'Autore