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Il magazine dell'Innovazione pianistica

Il concetto di Taiheki è un’altra delle nuove e straordinarie conoscenze che ci offre la cultura Seitai. Potete paragonarlo all’incredibile potere che racchiude in se stesso un seme, oppure alla possibilità concreta di dialogare direttamente con il nostro DNA.

Parlando delle Osei e della nostra naturale capacità di risposta agli stimoli della vita, vi ho fatto l’esempio del cambio della macchina. Ora le marce sono sempre quelle, ma possiamo avere un comodo cambio automatico (predominanza laterale), un robotizzato sequenziale con le palette al volante (predominanza frontale), o delle robuste ridotte per affrontare qualsiasi percorso in fuoristrada (predominanza rotatoria).

Le Osei ci parlano della capacità di reagire propria di ogni essere vivente, sono 5 attori tutti protagonisti, Il taiheki è quella o quelle osei che predominano per condizionamento genetico o ereditario. E’ il taiheki a fare di te un pianista di successo (nel senso di artista soddisfatto!) e unico e irripetibile.

Comprendere la propria manifestazione spontanea inizia rendendosi conto delle diversità. E’ bello, ad un concorso internazionale, vedere tanti giovani di nazionalità diverse gareggiare. Ci siamo mai chiesti in cosa consistono concretamente, aldilà delle scuole e dei loro insegnanti, le differenze essenziali? Cosa rende un pianista unico, o storico?

Essere un pianista nordico o di cultura gitana non è la stessa cosa, anche se stanno entrambi interpretando la Waldstein…

Cuore dell’osservazione seitai è proprio la capacità di osservare come si manifesta l’unicità di ogni persona. La chiameremo Osei di Taiheki, riferendoci alla personale combinazione delle 5 osei + e – definite in modo congenito ed ereditario, nel quale una o più predominano.

Allo stesso modo degli strati di una cipolla possiamo quindi cominciare a dire:

  • osei di psiche-mente vestita, cioè le osei predominanti per educazione o condizionamento postnatale, ecc. ma anche:
  • osei verticale dell’ambito intellettuale,
  • osei frontale dell’ambito sportivo,
  • osei laterale della moda,
  • osei rotatoria di un’epoca di guerra,
  • osei centrale di condizionamento infantile per una carenza di affetto ecc.

Osei di nazionalità, definita dal paese:

  1. gli Stati Uniti risentono del pragmatismo della osei frontale +, è difficile trovare un pianista che li rappresenti, a parte… George Winston, essendo la maggior parte dei grandi pianisti americani provenienti da altre culture e in America immigrati. In compenso è un ottimo posto dove andare a studiare per perfezionarsi, se siete motivati e ambiziosi.
  2. La osei verticale + dell’Inghilterra non la rende terra di pianisti, ma di compositori, così come quella verticale – del Giappone che sforna meravigliosi pianisti dal perfezionismo acquarellato, ma nessuna scuola.
  3. La osei rotatoria + caratteristica della Spagna fa sì che non ci siano tanti pianisti storici, ma tutti che si fanno notare. Basta dire… Josè Iturbi, e un brivido mi corre lungo la schiena.
  4. Una certa fragilità congenita della zona lombare delle popolazioni asiatiche fa in modo che si crei una certa “torsione” rotatoria –. I pianisti cinesi, più di tutti, hanno bisogno di competere e di imitare modelli. Alla loro straordinaria e indiscutibile capacità tecnica corrisponde però… poco suono.
  5. Cosa che non accade ai pianisti russi, il cui taiheki nazionale è centrale. Sono la dimostrazione vivente di quanto avete letto sul peso del braccio e la coordinazione centrale, dai fortissimo devastanti di Lazar Berman alla sovranità tecnica di Horowitz.
  6. La osei frontale – è quella ideale per suonare il pianoforte. E’ anche quella nazionale della Francia, e di Chopin, che a Parigi trovò il suo terreno ideale ed elettivo. Tuttavia, come scuole di riferimento sono di gran lunga superati dai cugini d’oltreoceano Canadesi, soprattutto quelli di lingua francofona, se vi possono bastare Louis  Lortie (fantastico interprete chopiniano) e Marc André Hamelin.
  7. Il forte senso della gerarchia della osei verticale e quella contundente della rotatoria sono mescolate insieme nei pianisti tedeschi. Hanno letteralmente dettato legge creando le prime generazioni di interpreti, ma anche creando dei punti di riferimento ormai obsoleti e sopravvalutati che andrebbero filtrati e ammorbiditi comunicando meglio con le altre tendenze nazionali. Se volete costruirvi una professionalità al titanio però, è il posto che fa per voi per andare a studiare e perfezionarvi.

La Osei di taiheki dell’Italia è quella laterale –.

Grande emozionalità, ma anche grande inerzia. Il pianista italiano tende a rinnegare le proprie potenzialità, nonostante sia stato un italiano a inventare il pianoforte… Cristoforo Colombo non ha INVENTATO l’America, Colombo l’ha scoperta. Altri sono andati lì prima di lui, come i vichinghi, ma non hanno compreso che era una terra nuova. Questa è la nostra grande risorsa non ancora consapevole. Qualsiasi allievo potrebbe avere le capacità tecniche di Lang Lang e Marc André Hamelin messe insieme e in più la capacità di cantare, ma non ce ne rendiamo conto. Se rimaniamo a bocca aperta ascoltando Yuja Wang suonare il Rach3, quando Vanessa Benelli Mosell domina i Tre movimenti di Petruska con in mente Stockhausen, ci sembra quasi normale.

Cosa possiamo fare per recuperare e far brillarela nostra naturalezza?

  1. Non siamo pianisti da Concorsi, ma da Festival: comunicare e innovare sono il nostro punto di forza.
  2. Mai separare l’apprendimento tecnico da quello improvvisativo/creativo. Nino Rota è stato un fantastico pianista, se vi può bastare.
  3. Puntare sull’interpretazione di Schubert, Brahms e Debussy, lasciando per un pò da parte Bach e Beethoven.
  4. Riscoprire e inventare: Maurizio Pollini è un infaticabile divulgatore della musica contemporanea per pianoforte, nel mezzo ha riscoperto e diretto un’opera seria di Rossini e accompagna al clavicembalo i madrigali. Roberto Plano ha riscoperto Andrea Luchesi, e porta in concerto Sgambati e Fazil Say, Clementi aspetta ancora di essere rivalutato come compositore, Enrico Pieranunzi ha avviato un fantastico progetto sulle sonate di Domenico Scarlatti, Andrea Bacchetti suona Galuppi, Maurizio Baglini ha tolto dal dimenticatoio l’opera omnia di Musorskji, Giovanni Bellucci suona il primo concerto di Chopin solo nella trascrizione di Tausig, Vincenzo Maltempo suona Alkan come bevesse acqua fresca…
  5. Il nostro è il paese della voce: possiamo solo e sempre cantare, come fa Roberto Plano, che – anche quando suona Scriabin – fa cantare anche gli smorzatori, o come il nostro Luigi Carroccia che al concorso Chopin 2015 – pur escluso dalla finale per problemi alle mani – ha avuto il massimo delle votazioni.
  6. I pianisti accompagnatori sono fondamentali per i cantanti, ma pochi. Quelli italiani potrebbero raggiungere le più alte vette, come è stato per Antonio Pappano, notato appunto grazie a queste doti… italiane.

La osei di taiheki dei compositori,

fondamentale se volete comprendere in profondità cosa sia “interpretare”, la troverete nel prossimo capitolo.

Il taiheki che può essere percepito solo dalla persona interessata invece, apre nuove porte

Per il principiante

Prima di tutto per mettere a fuoco il desiderio vitale di suonare il pianoforte, più diffuso di quanto possiate immaginare. Ricordo un’allieva chimica di professione che – nel difficile momento in cui perse il lavoro – riprese a studiare il pianoforte! Conobbi una violoncellista alla quale le si illuminavano gli occhi quando vedeva la tastiera di un pianoforte… Poi per conoscere meglio la propria linea guida motoria fondamentale, per risparmiare tempo, giri tortuosi. Apprendere con piacevolezza, spontaneità, senza complessi di inferiorità.

Una signora, entusiasta allieva di pianoforte, ha una predominanza di movimento centrale. Le sue dita non si staccano dalla tastiera, è molto sensibile all’esecuzione del pezzo, odia Bach. Il suo insegnante di pianoforte, tra i più illuminati che abbia conosciuto, comprende e rispetta – ad istinto – una naturalezza motoria che resiste a qualsiasi impostazione le vogliate dare. Ogni lezione le suona quattro pezzi e le fa scegliere quello che più le piace: il coinvolgimento affettivo è assicurato, sarà motivata a studiarlo. Con molta pazienza posticipa Bach e le propone semplici pezzi di Scriabin, che offrono una digitalità perfetta per chi ha una coordinazione centrale.

Nel momento in cui viene rispettata la motricità predominante, che rimane soddisfatta, gli altri aspetti della tecnica non tarderanno a maturare.

 Per lo studente

per maturare la tecnica, ovvero definire la “propria struttura”, in linea con la propria predisposizione corporea, senza correre il rischio di essere troppo influenzato da modelli standardizzati, o saper riconoscere quello più adatto, evitare “vizi” tecnici, duri da riprendere e correggere, capire con chi e dove e se andare a perfezionarsi.

Per l’interprete

per andare a fondo della propria essenza naturale per interpretare con la massima fedeltà, saper individuare il repertorio giusto, comunicare con efficacia, “lasciare un segno”.

Devo dire che chi può trarre enorme vantaggio da questa nuova prospettiva è proprio il pianista già formato che ha maggior necessità di “conoscere se stesso” per distinguersi in modo personale e creativo.

Per il principiante o lo studente, almeno all’inizio è più importante rendersi conto della CVP, del suo funzionamento a zone precise e rigorose, a come le braccia alla CVP si coordinano in forma “automatica”.

I grandi pianisti non vengono dall’Olimpo, e il dito che indica la luna non è la luna. Quello che chiamiamo grande pianista è un essere umano che la capacità naturale di essere coerente con la propria manifestazione spontanea, e il proprio movimento di base. Il pianoforte non si suona con la testa, il talento può non essere abbastanza. E’ fondamentale riaccendere il proprio desiderio vitale interno, tutto il resto verrà di conseguenza. Più si riesce ad andare “al fondo” di se stessi e più si hanno delle cose da dire e un segno da lasciare. Le capacità tecniche e la scelta del repertorio dipendono unicamente da quanto tutto questo processo viene messo a fuoco, chiarito e… reso essenziale e semplice.

I giovani d’oggi, cercando la prestazione assoluta (per vincere i concorsi, per primeggiare, per far parlare di sé), abusano della osei frontale (pragmatismo, efficacia tecnica) e rotatoria (sovreccitazione della psiche competitiva) correndo il rischio di inibire definitivamente la comunicazione con il proprio movimento naturale. Carriere fulminanti e grande successo mediatico rimangono estranei… a loro stessi e durano finché dura la loro dissociazione con la realtà più intima e naturale.

Vi faccio un paragone con i pianisti del passato. La capacità tecnica di Arthur Rubinstein è niente in confronto di quella di un qualsiasi giovane di oggi, ma la chiarezza del suo movimento naturale, unita ad un desiderio vitale profondo ne fanno a pieno titolo un pianista storico. Daniil Trifonov, tra i giovani più talentuosi della nuova generazione, ha dovuto vincere numerosi e prestigiosi concorsi per affermarsi, ma quando metto a confronto la sua interpretazione dei Preludi di Chopin con quella di Martha Argherich sento che qualcosa manca… La prestazione e le esigenze del mercato corrono il rischio di sostituirsi alla naturalezza più profonda. “Oliare” bene le Osei per rispondere con efficacia ai cambiamenti, e conoscere il proprio taiheki diventano più che mai necessari oggi per garantire ai nuovi talenti di emergere e di avere una vita artistica soddisfacente e conforme alla propria naturalezza.