E' uscito il mio nuovo Quaderno dedicato alla diteggiatura!

Il concerto per pianoforte di Dvořák è davvero così scomodo?

Non certo per i lettori di questo magazine!

5 dita, 10 movimenti a disposizione, che sarà mai? Eppure esiste una curiosa leggenda metropolitana che considera questo concerto scomodo perché ritenuto “non pianistico”.

Cercheremo di ribaltare questo pregiudizio e riabilitare questo magnifico concerto.

Un pregiudizio che impedisce di portare più spesso in concerto questo brano magnifico, come accadde al concerto per violino di Ciaikovski considerato per anni ineseguibile, un pregiudizio che nasce dalla non conoscenza della naturalezza umana.

Siamo infatti in presenza di una scrittura laterale passiva che (potete approfondire leggendo l’articolo sulla scrittura del secondo Concerto di Brahms), risente di una desensibilizzazione della zona degli armonici acuti.

L’equivoco nasce dal fatto che Brahms era pianista, Dvořák no, quindi il nucleo di difficoltà, nato dall’incomprensione, aumenta.

Ho scelto per voi un’edizione che contempla la versione originale di Dvořák e quella riadattata “pianisticamente” da Kurz. Notate subito come la scrittura di Dvořák tenda sempre a definire la propria zona vitale, quella media e come venga corretta in modo semplice e molto pianistico, ovvero integrando il piano f-e, perdendo però tutto l’aroma e il sapore del concerto.

L’ingenuità e la scarsa confidenza con il pianoforte la trovate nel poco suono che riesce a produrre il pianoforte in questo incipit

dove trovate chiaramente evidenziata la definizione della zona media per scoprire come eseguire correttamente.

Qua invece vedete chiaramente come la carenza di suoni armonici acuti lasci un po’ sola e scoperta la melodia che per questo ha un grande fascino, grazie al grande lavoro di estensione della mano sinistra, che lascia trapelare sempre la vitale zona media. Notate come – interpretando la naturalezza del movimento umano – un’apparenta apianismo divenza coerenza interiore creativa.

e come venga tradotta in linguaggio pianistico, ma sterile da Kurz sotto.

L’interpretazione universalmente riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo è quella di Sviatslav Richter per una semplice questione di “abito corporeo”: lo stesso del compositore! Chi conosce i miei articoli sa come l’originalità e l’unicità di un pianista nasca anche dall’affinità o meno che ha con un autore.

A sfatare invece una volta per tutte questa dannosa diceria, ascoltate come con buona volontà e tanto talento la straordinaria pianista Sara Davis Buechner risolve tutti i problemi, tutte le incomprensioni e tutti i pregiudizi

creando un magnifico nuovo riferimento che spero possa servire da stimolo ai tanti giovani pianisti per rimettere in repertorio questo straordinario lavoro della letteratura per pianoforte e orchestra.

Così come ridare dignità, respiro ed ascolto ad un altro autore dalla scrittura pianistica “scomoda”…

Ora che – come mi auguro – avete le idee più chiare sulla scrittura, penso che riconoscerete la stessa zona media palpitante, l’emozionalità che fatica ad esprimersi, il timbro cupo, le difficoltà pianistica da orchestrare e risolvere cambiando la vostra prospettiva, non dando la colpa all’autore che, se ha scelto di esprimersi con il pianoforte,  avrà avuto le sue ragioni profonde.

 

 

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