E' uscito il mio nuovo Quaderno dedicato alla diteggiatura!

I cinque “gradi” dell’Interpretazione

  1. fujiCogliere la motricità caratteristica e peculiare di ogni autore. Per esempio verticale+ per Bach, verticale- per Rachmaninov, laterale+ per Schubert e Debussy, laterale- per Brahms, frontale- per Chopin, frontale+ per Liszt, Clementi, rotatorio per Beethoven, centrale per Mozart, Schumann, Scriabin, Musorskji e così via. Questo vuol dire saper selezionare e attivare catene muscolari ben precise, in totale e rigorosa coordinazione con braccia e dita. La tecnica, lo studio, l’apprendimento e la memorizzazione corrono su di un binario sicuro: il buon interprete non ha tempo da perdere.
  2. A partire da una corretta attivazione motoria, comincia ad installarsi nell’interprete anche la controparte psichico-mentale. Risvegliando la stessa intelligenza delle dita – per fare degli esempi – per creare una serenità oggettiva e distante per suonare Bach nel momento in cui si “attiva” la psiche contemplativa, o risvegliare il grado di attenzione al timbro, alla leggerezza, al bel tocco, all’empatia quando si attiva la psiche emozionale.
  3. Rendersi conto della propria naturalezza (osei di taiheki). Seguire fedelmente e rispettare le coordinate dell’autore risveglia la propria peculiarità e identità. La maggior parte degli interpreti si ferma qua. Lo Chopin di Horowitz è ottimo, ma… non è Chopin, per fare un esempio. Quello di Cziffra è puro e assoluto, ma si preferisce considerarlo interprete virtuoso Lisztiano. E’ la portineria dei gusti personali e della critica non illuminata. Gli orientali potrebbero parlare di EGO…
  4. Il pianista che procede lungo questo sentiero iniziatico comincia a rendersi conto che può mettere d’accordo il proprio taiheki con quello dell’autore. A volte è affine come Horowitz con Musorskij e Scriabin, Pollini con Debussy, Lortie con Chopin, a volte complementare come Brendel con Liszt, a volte in totale e conclamato disaccordo o indifferenza (Glenn Gould con Mozart).
  5. La fase finale è ancora poco praticata e mette in relazione diretta l’impulso creativo con la composizione scritta. E’ quello che faceva Beethoven: riuscite per un attimo ad immaginare una sua esecuzione/ improvvisazione della 111? I pochi interpreti che si lanciano in questa direzione finale, sono generalmente anche compositori. Keith Jarrett con l’incisione delle suites di Handel al clavicembalo o dei Preludi e Fuga di Shostakovich al piano, Fazil Say con una cadenza appositamente scritta per il terzo di Beethoven. Una tendenza comunque che gli interpreti di nuova generazione cominciano a sentir propria e necessaria, attenti come sono allo… spirito creatore dell’arte.
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Il taiheki dell'Autore