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Chopin, l’op 35 e l’equazione finale

Chopin, l’op 35 e l’equazione finale

1200 681 zenchopin

Poiché è il pezzo di Chopin che più amo suonare per me stesso

mi risulta veramente difficile rimanere distaccato per offrire un giudizio quando lo sento interpretare da un altro pianista. Tra quelle che mi hanno più colpito, quella di G. Cziffra mi ha da sempre appassionato perché vicina a quello che ho in mente, quella di Giovanni Bellucci perché penetra l’incipit  – con quella sensibilità da sciamano che lo contraddistingue –  in modo colossale, anche se poi si distacca dalla sensibilità chopiniana per seguire un binario diverso.

Ho scoperto da poco quella recente di Daniil Trifonov.

Forse perché è totalmente immerso in una tournèe dedicata a Chopin e a chi ha pensato alla sua musica, forse per l’impeto geniale della giovinezza, ma è riuscito ad aprirmi nuovi orizzonti, tali da poter stabilire una corretta equazione per la sua corretta interpretazione.

N.B.: corretto = vitale e conforme alla sensibilità dell’autore.

La naturalezza vitale di Chopin è una mescolanza del movimento vitale centrale, frontale e laterale, che tradotti in parametri musicali sono la capacità di immergersi nel proprio nucleo, con continuità, senso del movimento e capacità di controllo timbrico.

Un cocktail veramente complesso che rende i grandi interpreti della storia maestri di solamente uno di questi aspetti e da qui forse, il mio senso di insoddisfazione nel cercare interpretazioni ideali di un lavoro tanto complesso come la seconda sonata. In questo modo il movimento frontale diventa l’impulso e il timbro si autoregola.

Trifonov attacca la sonata puntando totalmente sul movimento centrale: ovvero cerca continuità senza discussioni, rinnegando qualsiasi rubato e rinunciando a eccessi passionali.

L’effetto a canone/timbrico, che ho sempre sognato eseguire in questa sonata, viene così facilmente realizzato. Lo sviluppo con queste coordinate diventa grandioso senza dispersioni e la ripresa, la cui passionalità costò un mucchio di errori a Rubinstein ritrova il graffio timbrico per sancire la totale vitalità di questa geniale interpretazione del giovane pianista russo.

Lo scherzo è invece animato dal movimento frontale, che a questo punto trascina gli altri due in modo veramente demoniaco e riesce quindi anche a guidare tecnicamente il pianista nel sostenere a livello tecnico uno stacco così movimentato. Non sarebbe possibile con un altra sensibilità.

La marcia funebre è il dominio del movimento centrale, in quella capacità che il pianista deve avere di mantenere costante il senso del tempo, più che di un controllo timbrico. Il finale, ascoltatelo, è sorprendente, ancora una volta il timbro viene utilizzato per far percepire in modo concreto la materia. Il risultato è nuovo, sconvolgente.

Continueremo…

zenchopin

Musicoterapeuta e trainer vocale prima, istruttore di seitai e formatore adesso. Appassionato pianista, Alberto Guccione ha pubblicato Non manuale per il pianista (Casa Musicale ECO, 2011) e a marzo 2017 il rivoluzionario e-book Seitai al pianoforte, disponibile su Amazon.

Tutte le storie di:zenchopin

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Musicoterapeuta e trainer vocale prima, istruttore di seitai e formatore adesso. Appassionato pianista, Alberto Guccione ha pubblicato Non manuale per il pianista (Casa Musicale ECO, 2011) e a marzo 2017 il rivoluzionario e-book Seitai al pianoforte, disponibile su Amazon.

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