Crea sito

Per l’interprete

A cosa potranno mai servirmi?

Potrebbe domandarsi il pianista professionista di fronte a questi esercizi: a scoprire una cosa incredibile che nessuno gli aveva mai segnalato:

Il movimento che avete sperimentato non implica solamente una gestualità fisica, ma la percezione determinata su una dimensione concreta del mondo. Semplicemente provando si installerà in voi una forma psichica e mentale concreta.

La struttura verticale statica posta in relazione a Bach (che verticale lo era di Taiheki) vi permetterà di “renderne” l’aspetto contemplativo, senza dover cercare complessi riferimenti filologici o “avere in mente” tutte le voci. Lo faranno per voi le vostre dita e il vostro sistema nervoso. La scelta se portare Bach in concerto diventerà chiara.

Lo stesso aspetto su uno studio di Chopin che non è in movimento, ma statico, vi permetterà di scoprirne la reale difficoltà: dare l’impressione che sia fermo. Come ha realizzato Horowitz.

Scoprirete che – aldilà delle ovvie differenze – Bach e Rachmaninov funzionano a livello “essenziale” con lo stesso criterio. Vi apparirà chiaro perché non trovate un passo in doppie ottave neanche a pagarlo, perché lo stesso Rachmaninov aveva un suono cristallino e strutturato. Insomma, potrete contribuire a rivalutarlo, togliendolo dal ruolo sgradevole e immeritato di “cavallo di battaglia”. Lo stanno facendo alcuni interpreti, Andrea Bacchetti e Boris Giltburg, per esempio.

Imparare a lavorare attivando l’aspetto psichico/mentale del movimento avanti vi permetterà di mettere a nudo il pragmatismo chopiniano, rendere suono e rubato come effetto di “detensionamento”, distinguere tra movimento attivo (lo studio op. 10 n. 1, per esempio) e passivo (lo studio op. 25 n. 12) e la magnifica architettura f-e di Liszt che sarà esaltata dal vostro equilibrio posturale.

I libri di Alberto Guccione dedicati ai pianisti