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Il movimento “zero”

Mi dispiace per chi ha speso tanto tempo a praticare il rilassamento del braccio. Vi farò vedere come farlo in un attimo e in maniera definitiva.

Quando le braccia si coordinano al bilanciamento bilaterale del ventre, sono in grado di alleggerirsi istantaneamente, di poter andare “di qua e di là” lungo la tastiera.

Incontrai una volta in un bar un ubriaco (chi beve ha sempre bisogno di ristorare una sovreccitazione emozionale/laterale) che cominciò a parlarmi e raccontarmi la storia della sua vita: la cosa che più mi sorprese era che non era assolutamente in grado di controllare le braccia…

Il grande pianista Grigory Sokolov, famoso per il suo caratteristico “zampettare” degli avambracci, lo vedete sempre bilanciarsi su di un lato!

per cantare al pianoforte

Il pianista italiano è nelle condizioni “genetiche” ideali per funzionare in questo modo. Peccato che vada a cercare l’impostazione tecnica altrove.

Recuperare la capacità delle braccia – a spalle decontratte – di andare “di qua e di là” lungo la tastiera, facendo in modo che una metà del corpo si alterni con l’altra a fare da centro di gravità installando man mano una precisa attitudine psichico/mentale: quella emozionale, mediatrice, gustativa.

Un pianismo guidato unicamente dalla carica emozionale e dalla ricerca timbrica e della cantabilità,

permetterebbe ad ogni studente una volta ben orientato, di funzionare in questo modo:

Ma Hamelin non è pianista italiano per cui rimane un pò a livello superficiale: egli si esprime infatti al meglio in repertori desueti/sconosciuti o tremendamente difficili (tutti gli Studi sopra gli studi di Chopin di Godowsky, per esempio). L’attenzione dell’ascoltatore e del pubblico viene mantenuta tra l’ammirazione  per il virtuosismo o l’apprezzamento per poter sentire musiche che altrimenti non sarebbero conosciute. Il confronto diretto con gli altri interpreti in pezzi più conosciuti non giocherebbe certo a suo favore (capacità tecniche e digitali a parte). Il pianista italiano, per contro, ha capacità che egli stesso non riconosce. Vi faccio un esempio comparativo tra due giovani e straordinarie pianiste. Una cinese, Yuja Wang e l’altra italiana, Vanessa Benelli Mosell. La nostra ha una padronanza della tastiera da far rabbrividire Yuja Wang. Eppure… dalla brava pianista cinese non ci si può aspettare niente di più che un brillante Rach3, e se mai dopo, a fama consolidata qualcosa che faccia vedere che ci sono altre qualità. Ascoltando la pianista italiana, invece, che possa eseguire i Trois mouvement da Petrouska come bere acqua fresca e per di più con in mente Stockhausen, sembra quasi normale: quando si tratta di pianisti italiani ci si aspetta sempre qualcosa di più.

Riusciremo mai ad andare oltre questo controsenso e riappropriarci della nostra naturalezza?

 

I libri di Alberto Guccione dedicati ai pianisti